RESILIENZA PSICOLOGICA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Viviamo giorni difficili, per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana viene adottata una misura di protezione sociale di semi-isolamento che ha modificato radicalmente il nostro stile di vita.

L’incertezza del futuro, il cambio repentino di abitudini e la situazione di emergenza sanitaria hanno fatto della paura la nostra emozione prevalente, e se da un lato essa è fondamentale per la nostra sopravvivenza poiché permette di attivarci nel seguire con attenzione le indicazioni delle autorità sanitarie dall’altro non riuscire a gestirla in maniera adeguata rischia di farci assumere comportamenti impulsivi e controproducenti che possono avere importanti ricadute psicologiche.

Per far fronte a questa situazione di emergenza il Consiglio Nazionale dell’Ordine Psicologi #CNOP ha promosso l’iniziativa #psicologionline che consente di visualizzare un elenco di Psicologi e Psicoterapeuti disponibili a svolgere interventi di sostegno a distanza.

Nel sito è inoltre presente la campagna informativa #psicologicontrolapaura  con strumenti da leggere a disposizione dei cittadini in cui ci sono vari suggerimenti utili per gestire lo stress.

A livello locale tanti gli spazi di ascolto psicologico promossi, ad esempio l’Ordine degli Psicologi Puglia ha attivato una task force di professionisti specializzati in psicologia dell’emergenza, a disposizione del personale sanitario, che possono essere contattati al numero verde gratuito 800 01 02 40.

Consiglio inoltre a tutti di affidarsi a notizie scientificamente fondate, limitando la lettura e ascolto del “bollettino dei morti” diffuso via web o in tv, facendo riferimento a fonti ufficiali come il sito Epicentro, portale ufficiale dell’Istituto Superiore di Sanità, con informazioni per i cittadini e il numero verde di pubblica utilità 1500 per chiedere chiarimenti sul COVID-19.

Si può cogliere l’occasione, in queste giornate sospese, per svolgere nuove attività o quelle trascurate per mancanza di tempo libero: progetti, libri non letti, attività fisica, amici da contattare. Non eravamo abituati a stare a casa, a sostare nel silenzio e nell’attesa, avevamo occupato ogni spazio della nostra vita con gli impegni lavorativi e socio-ricreativi allontanandoci da noi stessi e dai nostri cari. Ora è un tempo prezioso per rimetterci in contatto di noi stessi e dei nostri desideri più profondi.

Curare le relazioni anche a distanza è possibile, abbiamo strumenti digitali che ci permettono di stabilire nuove forme di vicinanza. E’ utile non lamentarsi, cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno, cercando ogni giorno qualcosa di positivo creando un resoconto giornaliero degli aspetti belli della giornata vissuta segnandoli su un diario.

Nell’ esperienza della Pandemia siamo andati incontro a due aspetti diversi, da un lato ha prodotto un senso di disgregazione del quotidiano, dall’ altro la crisi per sua natura ricompone e aggrega poiché nessuno è immune al virus, tutti siamo colpiti da uno stato di allarme e vigilanza. Lo scrittore Camus nel suo romanzo sulla peste aveva già espresso questo concetto: “La peste aveva ricoperto ogni cosa: non vi erano più destini individuali, ma una storia collettiva.. e dei sentimenti condivisi da tutti”.

Tante le iniziative di solidarietà in questi giorni, dalle azioni governative a quelle locali: dai buoni spesa comunali per le fasce di popolazione più deboli, le mascherine prodotte da associazioni di volontariato e cittadini, i canti dai balconi per sentirci vicini anche a distanza, le iniziative di solidarietà digitale nei settori di arte educazione e comunicazione.

La crisi che stiamo vivendo ci sta cambiando profondamente come singolo portandoci a riscoprire un’identità collettiva e la fragilità del nostro essere uomini. Sarà importante mantenere i cambiamenti raggiunti in questi tempo anche quando l’epidemia sarà finita per continuare a percorrere la strada aperta da questa situazione globale verso una nuova umanità “ecologicamente sostenibile” fondata su principi di fratellanza e solidarietà diffusa.

Alma Cati, psicologa clinica e di comunità.
Bentornati al Sud

Bentornati o no?

Non c’è pace per i nostri cuori e per le nostre menti.

Cresci in un paesello del sud, con la cerchia di amici fraterni che ti accompagna dalla culletta trasparente dell’ospedale fino al quinto anno delle scuole superiori. Sanno tutto di te, e ti vogliono bene nonostante tutto. Nonostante la tutina ridicola con le orecchie da orsacchiotto che tua madre ti ha infilato il giorno in cui sei venuto al mondo, nonostante quella volta in prima elementare in cui la maestra non ti ha fatto andare in bagno e te la sei fatta addosso, nonostante quella volta in cui hai ricevuto davanti alla piazza intera il primo, dolorosissimo, 2 di picche, nonostante ricordino a quale materia esattamente il tuo compagno di classe ha dovuto passarti all’esame di maturità, perché a te proprio non riusciva di rispondere alla domanda. E a questo punto, quando gli amici sono un’estensione viva e fulgida della tua famiglia, è proprio adesso, che ti separi da loro.

Le Università al nord o all’estero hanno una fama migliore, il mercato del lavoro è più fertile, oltre che più esteso, sarebbe da pazzi restare al sud per continuare una vita qui, te lo dicono tutti: se hai i mezzi, devi andartene. I mezzi, poi, potrebbero essere i tuoi genitori che si indebitano, o tu che non dormi la notte, ma lo fai a lezione, per poter lavorare come barista, ma questo non conta. L’importante è che l’evoluzione della specie richiede capacità di adattamento, e abilità nel cogliere le occasioni: se puoi andare, devi farlo. Per costruirti un futuro migliore.

E’ così che inizia tutto: diploma, poi l’università a Bologna, poi la possibilità di una borsa di studio Erasmus per andare in Spagna, poi l’opportunità di un dottorato o di un tirocinio a Copenhagen, poi la chiamata dall’Australia, o dagli Stati Uniti, e tu che, ovviamente, e giustamente, non puoi farti sfuggire le occasioni che la vita ti presenta, anche e soprattutto in virtù di tutti i sacrifici fatti fino ad allora da te e dai tuoi cari, i genitori e i fratelli in primis, man mano ti dimentichi anche come si faceva a salutare, come si sopravviveva agli abbracci prima di separarsi.

E mentre i nonni invecchiano, i genitori si acciaccano, i fratelli si trasferiscono, i nipoti crescono, i figli ignorano il significato della parola nonno, tu sei combattuto fra quella vita che a fatica ti sei costruito, e delle radici dure da ricomporre e sentire vive altrove.

Qualcuno torna, qualcuno no. Ciascuno fa il meglio per sé, qualcuno il meglio per gli altri.

D’altro canto, i Clash mica la lasciarono aperta a caso, la domanda fatidica, alla fine della canzone… Should I stay, or should I go? Non è mica facile scegliere di andare, restare, o tornare.

Poi arriva un evento inaspettato nella vita di tutti, una roba da film, una pandemia. E la risposta c’è: stare, e restare. La reclusione forzata, le limitazioni ai trasporti e agli spostamenti.

E allora ci chiudiamo in casa, e ne facciamo quello che si può. Trasformiamo la pandemia in arte di vivere. Stiamo diventando maestri di yoga, buddhisti illuminati, sportivi del materassino, grandi esperti di letteratura del periodo 1870-1876, fini conoscitori di cinema polacco muto, estimatori di tragedia greca recitata in norvegese. Oppure ci dedichiamo alla compagnia dei nostri figli, compagni, animali domestici. O ad attività costruttive che altrimenti non sapremmo quando svolgere, tipo aggiornare il cv fino all’ultima virgola, rammendare tutti i calzini di casa, o fare dolci – io per esempio ho fatto la polvere anche tra le dita delle zampe dei Thun, per sicurezza. Oppure (il meglio!) usciamo in balcone, facciamo flash mob, battiamo le mani, facciamo zumba, balliamo pizzica, intoniamo tammurriate, cantiamo canzoni che neanche conosciamo, giusto per sentirci parte di questo tutto che pare in pericolo.

E’ chiaro che è difficile, stare lontani. E’ difficile non pensare a nonni, cugini, e nipoti. E’ difficile non domandarsi se fosse il caso di tornare prima, se forse non era proprio il caso di andarsene, se proprio non li avevi avuti, quei due giorni di ferie che ti sarebbero bastati a dare un bacino a nonna e uno al nipotino, prima di tutto questo trambusto.

Mo che faccio? Mi metto a battere le mani da sola su un balcone di 2 metri quadri in un atrio di Milano, invece che fare la tammurriata con papà? Faccio fitness con la wii invece che con mia sorella? Mi faccio la quarantena ordinando il cibo online, quando giù posso avere la parmigiana di melanzane bio della campagna di nonno? Resto lontana, invece di prendere il primo treno o il primo aereo per il Sud?

Questa volta la risposta c’è, ed è sì.

Perché i nonni sono invecchiati, i genitori acciaccati, e i figli e i nipoti sono nati. Quindi è giusto restare dove siamo, poi si vedrà.

Era giusto tutto, sarà giusta ogni decisione, ma adesso dobbiamo restare sospesi nel posto in cui siamo, giusto per un po’.

Siete sempre i benvenuti, sarete sempre i bentornati. Domani.

Ci abbracciamo presto.

Roberta Iacovelli
Bentornati al Sud